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Riflessi Reportage 8 min di lettura

Le ama: le donne del mare che si immergono in apnea da 2.000 anni

Nella penisola di Ise-Shima, qualche decina di donne anziane continua a immergersi a polmone libero per raccogliere abaloni, ricci e alghe. Il loro mestiere, documentato da due millenni, è oggi patrimonio culturale e una lezione pratica di sostenibilità marina.

Le ama: le donne del mare che si immergono in apnea da 2.000 anni

Alle prime ore del mattino, quando la baia di Toba trattiene ancora la nebbia, una donna di settant’anni e più riemerge dall’acqua grigio-verde. Si sente un fischio lungo e modulato che taglia l’aria salmastra. È l’isobue, il respiro sibilante che le pescatrici subacquee ama emettono quando risalgono in superficie dopo un minuto sott’acqua. Nella sua mano, un’abalone (un mollusco gasteropode della famiglia Haliotidae, molto apprezzato nella cucina giapponese). Intorno a lei, la costa della penisola di Ise-Shima, nella prefettura di Mie, l’ultima roccaforte di una tradizione praticata in queste acque da quasi duemila anni.1

Non porta la bombola. Non porta erogatore, né computer da immersione. Porta una maschera, delle pinne, una muta e una rete a maglie. E un modo di lavorare che si tramanda di madre in figlia da prima che esistessero i documenti scritti.

Foto: Ama giapponese. Foto: H. Grobe (CC BY 3.0)

Cosa significa essere ama

La parola ama (海女) si scrive con due caratteri: “mare” e “donna”. Indica le pescatrici giapponesi che si immergono in apnea (trattenendo il respiro, senza autorespiratore) per raccogliere frutti di mare e alghe: abaloni, ricci di mare (Echinoidea), cetrioli di mare (Holothuroidea), ostriche e, a suo tempo, ostriche perlifere (Pinctada, che producono perle). La tradizione è documentata da circa duemila anni, e i primi testi scritti cinesi e giapponesi descrivevano già donne che scendevano sul fondale in cerca di conchiglie.1

Sebbene storicamente esistessero anche pescatori subacquei (chiamati a volte katsugi o ama maschili in alcune regioni), il mestiere finì per essere associato in modo decisivo alle donne. Le spiegazioni tradizionali indicano una migliore distribuzione del grasso corporeo, che proteggerebbe dal freddo durante le immersioni prolungate, e un’organizzazione del lavoro costiero in cui gli uomini uscivano a pescare al largo mentre le donne lavoravano i fondali vicino alla riva.1 Il risultato è innegabile: in Giappone, l’immagine dell’apnea professionale ha volto di donna.

Un mestiere, non un folklore

Le ama non sono uno spettacolo etnografico. Sono professioniste del mare che estraggono prodotti di alto valore commerciale nel rispetto di regole rigorose su stagione, taglia minima e zona di cattura. L’abalone, in particolare, raggiunge prezzi elevati sul mercato giapponese, e la pesca di queste apneiste è limitata a determinati mesi dell’anno per proteggere la riproduzione della specie.2

Tradizionalmente lavoravano vestite con un abito bianco di cotone (l’isogi) che secondo la credenza locale allontanava gli squali e permetteva di vederle meglio dalla superficie. Oggi molte usano la muta in neoprene, una concessione pratica al freddo del Pacifico, anche se in alcune località l’abbigliamento tradizionale si conserva durante le dimostrazioni culturali.12

Ogni immersione dura tra i trenta secondi e poco più di un minuto. Scendono a profondità che di solito si collocano tra i cinque e i venti metri, individuano la preda tra le rocce, la staccano con un attrezzo metallico e risalgono. In superficie, l’isobue: un’espirazione sibilante che regola il respiro dopo l’apnea e che è diventata la firma sonora del mestiere.1

Lavorano in coppia o in piccoli gruppi. Alcune si tuffano dalla riva con un galleggiante (kachido); altre scendono in verticale da una barca, aiutate da un contrappeso (funado). Dopo diverse ore in acqua, tornano alla capanna del porto (l’amagoya) dove si scaldano accanto al fuoco, mangiano e condividono la giornata.1

La lezione silenziosa della sostenibilità

Ciò che rende le ama rilevanti per una rivista di vita acquatica non è solo l’età della tradizione, ma il modello di estrazione che rappresentano. Immerse a polmone libero, il corpo impone un limite invalicabile: non si può restare sott’acqua più di quanto il fisico consenta. Questo vincolo fisiologico, combinato con regole comunitarie su stagioni e zone di riposo, ha funzionato per secoli come un sistema di gestione della pesca a basso impatto.13

Le ama non spogliano il fondale. Prendono ciò che riescono a vedere e a staccare in sessanta secondi, e lasciano il resto. I fondali che lavorano producono da secoli senza collassare, cosa che poche pesche industriali possono affermare. In un momento in cui la pesca eccessiva è una delle principali minacce per gli oceani, questo mestiere offre una lezione pratica: la sostenibilità non richiede sempre tecnologia sofisticata; a volte richiede limiti, pazienza e conoscenza locale accumulata.3

L’ultima generazione

Eppure le ama stanno scomparendo. Qualche decennio fa sulle coste giapponesi lavoravano diverse migliaia di apneiste; già nel 2006 i corrispondenti internazionali avvertivano che il mestiere invecchiava senza ricambio, e le cifre dell’epoca parlavano di circa seimila ama in attività, per lo più sopra i cinquant’anni.4 I reportage recenti descrivono comunità in cui le pescatrici rimaste si contano a decine, e in cui l’età media supera abbondantemente i sessanta.23

Le cause sono note e difficili da invertire. Le figlie e le nipoti delle ama studiano, si trasferiscono in città, accedono a lavori meglio pagati e meno duri. L’apnea è impegnativa: acqua fredda, sforzo fisico prolungato, reddito irregolare legato alla stagione. Allo stesso tempo, il mare stesso cambia: le variazioni della temperatura dell’acqua e il calo di alcune popolazioni di frutti di mare complicano la sostenibilità economica del mestiere.23

Alcune località hanno risposto con programmi di preservazione: riconoscimento del mestiere come patrimonio culturale, scuole di formazione per giovani interessate, turismo di osservazione nelle amagoya. La città di Toba e la regione di Ise-Shima sono diventate il centro simbolico di questa resistenza, con apneiste veterane che combinano la pesca reale con la trasmissione del sapere.2 Ma anche chi lavora alla preservazione ammette che l’obiettivo non è più tanto perpetuare la pesca commerciale quanto conservare la memoria viva di un modo di rapportarsi con il mare.

Una pescatrice ama che riemerge nella baia con il raccolto del giorno.

Foto: Ama giapponese. Foto: 岩瀬禎之

Il fischio nella nebbia

Torniamo alla scena iniziale. La donna di settant’anni e più lascia l’abalone nella cesta, si sistema la maschera e respira. Nella capanna del porto, altre compagne della sua età commentano la giornata accanto al fuoco. Nessuna di loro si considera una reliquia. Si considerano ciò che sono: lavoratrici del mare che hanno imparato un mestiere dalle loro madri e lo hanno esercitato per mezzo secolo.

La prossima volta che sentiremo parlare di “tradizioni di pesca millenarie”, conviene ricordare che non parliamo di un passato remoto, ma di persone concrete che oggi, questa mattina, sono entrate in acqua. La tradizione non è una cosa: è una pratica che qualcuno decide di continuare ogni giorno. E ogni giorno che un’ama si immerge, quella decisione si rinnova una volta di meno.

Domanda per chi legge

Se un mestiere sostenibile con il mare può durare duemila anni e sparire in due generazioni, cosa siamo disposti a imparare da esso prima che diventi solo memoria?


Fonti

Nota metodologica: le cifre sul numero di apneiste attive variano a seconda della fonte e dell’anno; si è optato per intervalli descrittivi (“diverse migliaia”, “decine”) per evitare precisione fittizia. Non si citano nomi di pescatrici concrete, sia per rispetto editoriale sia perché le fonti consultate non li documentano in modo verificabile.

Footnotes

  1. “Ama (diving)”, Wikipedia (edizione inglese), consultata nel 2025. [Riferimento generale; alta affidabilità] 2 3 4 5 6 7

  2. “Japan’s last female Ama pearl divers”, BBC Travel, 28 febbraio 2020. [Secondaria; alta] 2 3 4 5

  3. “The Plight of Japan’s Ama Divers”, Nautilus, 15 marzo 2024. [Secondaria; media] 2 3 4

  4. Justin McCurry, “Ancient art of pearl diving breathes its last”, The Guardian, 24 agosto 2006. [Secondaria; alta]

Temi

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