L'Acquario Romano del 1887: quando Roma portò i pesci in uno spazio pubblico
A pochi passi da Termini esiste un edificio che nel 1887 trasformò l'acquariofilia da lusso privato in spettacolo pubblico. La sua storia parla ancora a chi guarda un acquario come atto di curiosità, non solo come oggetto.
Il 29 maggio 1887, a Roma, accadeva qualcosa di insolito. In piazza Manfredo Fanti, a due passi da dove oggi sorge la stazione Termini, un edificio dall’impianto ellittico e dai colonnati neoclassici apriva al pubblico mostrando non statue né dipinti, ma venti vasche di vetro popolate di polpi, murene, granchi e aragoste. Era l’Acquario Romano: un progetto nato da un ittiologo, finanziato da imprenditori edili, disegnato da un architetto che forse non aveva mai tenuto un pesce in mano. Eppure, per qualche anno, rappresentò il tentativo più ambizioso d’Italia di trasformare l’acquario da hobby di pochi in fenomeno urbano.
Perché una storia romana parla a chi vive a Bologna
Acquario di Bologna è un nome che evoca acqua, ma anche uno sguardo. Il progetto non vende vasche: propone una maniera di vedere il mondo sommerso. L’Acquario Romano non è un aneddoto locale. È un precedente.
Nel 1887 l’Italia era giovane, Roma capitale da sedici anni. In questo clima, Pietro Garganico, ittiologo comasco, propose al Comune di Roma una struttura che unisse piscicoltura, scuola di itticoltura, laghetto per la pesca ricreativa e acquario pubblico. Non un’attrazione da luna park, ma un luogo in cui la società incontrava l’acqua attraverso il vetro.
Il Comune approvò il progetto nel 1882; la concessione del terreno fu firmata il 1º dicembre 1883. L’architetto Ettore Bernich, probabilmente spinto anche dai finanziatori immobiliari del quartiere Esquilino, disegnò un edificio classicheggiante con giardino, laghetto e ponticelli rustici, più vicino agli square parigini che a una stazione sperimentale. Non sappiamo con certezza quanto Bernich capisse di piscicoltura. Alcuni storici ipotizzano che i vincoli funzionali siano passati in secondo piano rispetto all’impatto visivo. L’Acquario Romano si distinse da subito per la luce: a differenza degli acquari continentali dell’epoca, spesso ricavati in grotte artificiali o cantine umide, questo era luminoso, arioso, pensato per essere guardato.
L’acqua come cultura popolare
L’ingresso costava poco, l’accesso era democratico. I visitatori attraversavano un giardino dove gli scavi avevano lasciato emergere resti romani, superavano ponticelli rustici e si ritrovavano di fronte a colonne e vasche decorate che ricordavano la Stazione Zoologica di Napoli, un’altra pietra miliare della cultura acquatica italiana, fondata da Anton Dohrn. Le cronache documentano che Garganico e i costruttori visitarono la stazione napoletana per chiedere consulenze tecniche. Dohrn, inizialmente collaborativo, ruppe i rapporti con il progetto romano quando scoprì che la nuova gestione tentava di “sottrargli” Ciro Ferreoli, uno dei suoi migliori acquariofili.
La nuova proprietà, la Società Anonima dell’Acquario Romano, assunse come direttore Decio Vinciguerra, ittiologo genovese. Il 29 maggio 1887 l’inaugurazione, alla quale non partecipò il re Umberto I ma il ministro Bernardino Grimaldi, aprì uno spazio dove la vita marina diventava spettacolo educativo. Il quotidiano Il Fanfulla confermò la presenza di specie tirreniche: polpi, murene, granchi, aragoste.
Per qualche anno quell’edificio fu il punto in cui Roma guardava il mare senza andare al mare. Poi, lentamente, declinò. Le vasche non durarono più di una decina d’anni. L’edificio divenne deposito per il vicino teatro dell’Opera, sede di uffici comunali, luogo di mostre e spettacoli circensi. Dagli anni Trenta del Novecento si trasformò in un magazzino polifunzionale. Solo tra il 1985 e il 2002 un lungo restauro ne restituì l’immagine originale, e oggi ospita la Casa dell’Architettura.

Ma le vasche sono scomparse da tempo.
Il vetro come decisione
Nel 1887 un gruppo di persone decise che guardare un pesce attraverso il vetro non apparteneva solo ad aristocratici o naturalisti. Quel gesto meritava uno spazio pubblico, un giardino, un edificio monumentale, un discorso inaugurale. L’acquario entrava nella cultura urbana.
Questo riguarda Acquario di Bologna, chi legge e chiunque oggi abbia una vasca in casa o si fermi a guardare i pesci in una colonna d’acqua. Tenere un acquario non è solo design d’interni. È una decisione di curiosità: voler vedere cosa succede sotto la superficie e capire che un acquario non si contempla soltanto. Cambia anche il ritmo di chi lo cura, della stanza che lo contiene e della città che lo accoglie.
L’Acquario Romano è caduto nell’oblio per decenni. I turisti che oggi escono da Termini lo ignorano quasi del tutto. Persino i romani spesso non sanno che esiste. Eppure, in quel silenzio, c’è una domanda forte: se nel 1887 Roma ha creduto che il mondo acquatico meritasse un tempio pubblico, oggi cosa meritiamo noi che lo guardiamo ogni giorno dal divano?
Domanda per chi legge
La prossima volta che ti fermi davanti a un acquario, in casa o in uno spazio pubblico, chiediti: stai guardando una scena piacevole o un piccolo ecosistema sotto la nostra responsabilità? Da questa differenza comincia il cambiamento che, nel 1887, trasformò una piazza romana in una scuola aperta per guardare l’acqua con maggiore consapevolezza.
Fonti principali: Emiliano Spada, “The Forgotten Aquarium of Rome — Part 1”, The Museum of Aquarium and Pet History, 2023; “Acquario Romano”, Wikipedia (edizione italiana), consultata il 2026-05-19; Horniman Museum, “Inventing the aquarium: a short history”, 2014.
Nota metodologica: alcuni dettagli sulle competenze tecniche dell’architetto Bernich e sull’influenza dei finanziatori immobiliari derivano da ipotesi formulate dallo storico Spada e non sono documenti d’archivio primari.
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